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  • Perché il medical drama non è mai stato così necessario: Noah Wyle su ‘The Pitt 2’

    Noah Wyle arriva puntualissimo, elegante senza ostentazione, professionale ma amichevole, sembra sempre nel posto giusto anche quando, tecnicamente, non ha più una stanza. Siamo al Bulgari Hotel di Milano e la prima cosa che mi dice, sorridendo, è che in realtà è «senza casa»: ha già fatto check-out e, finita l’intervista, partirà direttamente per la Germania per continuare il press tour di The Pitt 2. Chiede un caffè – americano, ovviamente – e si assicura che vada bene berlo mentre parliamo. Va benissimo: è esattamente quel tipo di conversazione.

    Il medical drama dei record e lo stesso Wyle hanno già vinto tutto quello che si poteva vincere tra Emmy e Golden Globe, la seconda stagione è disponibile in esclusiva su HBO Max (con un nuovo episodio rilasciato ogni venerdì). Ed è già stata confermata la terza.

    Prima dell’intervista vera e propria registriamo un video per Instagram: Noah racconta a Rolling i suoi album e film preferiti e a un certo punto cita Ray LaMontagne e God Willin’ & the Creek Don’t Rise. Dice che è stata la colonna sonora del corteggiamento con sua moglie. Scherza con lei, seduta dall’altra parte del tavolo: «Quando è arrabbiata con me, metto su questo disco». Ridiamo. Poi spegniamo la telecamera: «Ok, ora si fa sul serio», sorride.

    È da qui che partiamo, parlando di The Pitt, di un cast che – parole sue – «mi rende migliore», di una ribalta arrivata piano e poi esplosa e di una serie costruita come una famiglia. In attesa, forse, di un (meritatissimo) premio per il miglior ensemble che potrebbe arrivare a marzo agli Actor Award (ex SAG). E che, a sentirlo parlare, sarebbe solo l’ennesima conferma di qualcosa che sullo schermo è già chiarissimo.

    Ti aspettavi un successo tanto clamoroso per The Pitt?

    Volevo che avesse un impatto enorme: riportare l’attenzione sulla comunità medica e fare in modo che la loro esperienza tornasse a essere vista e riconosciuta. Speravo che potesse avere risonanza anche fuori dal nostro Paese, ma non c’era alcuna garanzia. E sono stato molto sorpreso e felice nel vedere quanto la serie sia stata accolta bene in tutto il mondo. Un po’ come E.R. – Medici in prima linea, che mi meravigliò quando venne celebrata ovunque: la storia di un piccolissimo pronto soccorso in una città americana aveva un fascino universale. E credo che The Pitt attinga allo stesso tipo di corde.

    Quando hai iniziato a renderti conto di quanto sarebbe diventata grande?
    È successo molto lentamente. Un anno fa avremmo dovuto fare la première dello show, ma gli incendi stavano devastando Los Angeles. Così abbiamo dovuto cancellarla. Di conseguenza, la serie ha avuto un debutto molto silenzioso ed è stata inizialmente abbracciata solo dalla comunità medica, che guardava e commentava: “È accurata, è davvero reale”. Dicevano alle persone: “Potete guardarlo e fidarvi, perché è lo show medico più preciso mai andato in onda in Tv.” Si sono sentiti visti e ascoltati. E quel loro marchio di credibilità ha in qualche modo aperto a un pubblico più ampio. Poi, molto rapidamente online, c’è stata la sensazione che lo show stesse intercettando un bisogno: quello di una serie che rappresentasse la compassione, con persone intelligenti che si prendono cura degli altri prima che di sé stesse, e che ricordasse al pubblico che ci sono aspetti dell’essere umano più importanti del denaro o dello status.

    È per questo, secondo te, che i medical drama stanno vivendo un grande ritorno?
    Sono sempre attuali. Perché siamo sempre curiosi di sapere cosa ci succederà se ci facciamo male. E desideriamo sempre una sorta di “terapia dell’esposizione”: fammi vedere com’è, cosa si sente là dentro, così non sarà troppo spaventoso quando dovrò andarci davvero. E più uno show è meticoloso, più puoi avere fiducia che quell’esposizione sia utile.
Inoltre, l’ospedale è uno degli ambienti più familiari, a cui tutti possono relazionarsi. Ci nasciamo, ci moriamo, ci torniamo diverse volte durante la vita. Ed è uno dei pochi luoghi – forse insieme a una scuola o a una chiesa – dove le divisioni non contano. Non controlli se qualcuno è repubblicano o democratico quando ha bisogno di aiuto, e nessuno chiede al medico quale sia la sua parte politica. È uno di quei momenti in cui possiamo togliere le maschere che indossiamo fuori, che ci definiscono come diversi o “altri”, ed essere visti come universalmente uguali e interdipendenti. Credo che l’ospedale diventi un vero microcosmo della società. Il modo in cui trattiamo le persone lì dentro, e chi ci lavora, riflette chi siamo come società.

    Adoro il fatto che abbiate mostrato il peso emotivo che i casi hanno sui medici. Credo sia uno dei motivi del successo di The Pitt.
    La prima stagione afferma: il medico è il paziente. La seconda: i medici non sono dei bravi pazienti. E nella terza esploreremo come i medici possano trarre beneficio dall’essere pazienti.

    A proposito della terza stagione, so che è già stata confermata: quando inizierete a girare?
    Dobbiamo prima scriverla! Non mettermi ansia (ridiamo). Abbiamo appena finito di girare la seconda la settimana scorsa. Poi sono salito su un aereo e sono venuto a Milano, e stasera andrò in Germania. Tornerò negli Stati Uniti giovedì. E lunedì inizierò a lavorare sulla terza stagione. Saremo sul set a giugno e uscirà il prossimo gennaio. Ma fino ad allora, godetevi la seconda.

    La serie si basa moltissimo sul movimento degli attori. Quanto è difficile trovare emozioni e autenticità dovendo muoversi in coreografie così precise?

    Per me è più facile. Memorizzare le battute o accedere a un’emozione viene reso più semplice dalla fisicità, dall’uso degli oggetti. Sono un attore molto dinamico. Mi piace ancorarmi al comportamento e all’azione. Se sono impegnato e concentrato in un movimento, riesco a smettere di pensare troppo e ad avere più facilmente accesso all’emozione del momento.

    Parlando di emozioni: in The Pitt c’è pochissima musica. Perché era così importante che la colonna sonora fosse minimalista?

    C’erano due aspetti narrativi nuovi che Scott Gemmell (creatore, produttore esecutivo e showrunner di The Pitt) voleva utilizzare. Il primo era raccontare la storia in tempo reale, facendo sì che ogni episodio riflettesse un’ora del turno dei medici e degli infermieri. Il secondo era eliminare tutta l’artificiosità possibile: accendere tutte le luci, poter girare a 360° gradi, avere tutte le storyline che si svolgono in tempo reale, sempre, che la macchina da presa sia puntata su di te oppure no. E, cosa più importante, togliere la musica. Non dare indicazioni emotive, non usare tecniche manipolative per suggerire allo spettatore come dovrebbe percepire una scena. Lasciargli cercare i propri indizi dentro l’inquadratura. È stata una delle battaglie creative più difficili, ma anche una delle vittorie più gratificanti, perché il livello di coinvolgimento dello spettatore, quando non viene manipolato, aumenta la sua curiosità. Si avvicina allo schermo, posa il telefono ed è come se fosse nella stanza, in modo oggettivo e senza il filtro della distanza.

    Quando ti prepari per un ruolo, ascolti musica? E quali pezzi, ad esempio, per il dottor Robby?

    Ho playlist per caricarmi, playlist per calmarmi, playlist per piangere. Ho musica che mi dà energia o che crea atmosfera. Anni fa ho lavorato a E.R. con un regista davvero brillante, Félix Alcalá, che aveva iniziato come direttore della fotografia. Amava mettere musica sul set. Trovava sempre il brano giusto per l’atmosfera della scena. Non era mai invadente e non interferiva mai con il lavoro, ma creava un ambiente che io recepivo immediatamente. Così ho iniziato a usare la musica per trovare il giusto accesso al personaggio e anche per isolarmi dal mondo esterno quando c’è molta distrazione. Sento un po’ di tutto, a mio gusto personale. E Robby è molto estremo: o ascolta qualcosa che gli spegne il cervello, oppure sbatte la testa contro il muro.

    Se dovessi immaginare una mini playlist, o anche solo una canzone, per la seconda stagione di The Pitt?
    La seconda stagione ha un taglio un po’ più duro, è più punk rock. La prima partiva con un brano R&B e poi diventava molto emotiva e triste. Questa mi sembra più hardcore. Sto pensando a qualcosa di adatto… I’m Shipping Up to Boston dei Dropkick Murphys, per esempio. Qualcosa che abbia quell’energia lì, soprattutto visto che gli episodi si svolgono durante il 4 luglio: punk americano, Social Distortion, roba di fine anni Ottanta, inizio Novanta.

    Alla fine della prima stagione è chiaro che Robby non può semplicemente allontanarsi da ciò che si porta dentro. E la seconda sembra muoversi verso l’idea dell’accettazione e del fatto che i medici non siano buoni pazienti, come dicevi. Come hai affrontato questo cambiamento nel personaggio?
    Man mano che la stagione va avanti, vedrete che Robby a volte predica bene e razzola male. È evidente dal modo in cui va al lavoro: arriva in moto, ma non indossa il casco. Eppure dice a tutti che lo indossa. Quindi sappiamo che corre dei rischi e che mente alle persone che lo amano. Sta per prendersi un periodo sabbatico di tre mesi per fare un viaggio in moto, che suona molto romantico, ma che somiglia anche a una fuga, più che a un affrontare i propri problemi. Si è costruito una sua forma di terapia convinto che possa funzionare, ma tutti intorno a lui gli dicono: “Non so se è davvero quello di cui hai bisogno adesso”. E col progredire della stagione, la sua determinazione viene messa seriamente alla prova.

    Io sto aspettando di capire se Robby partirà davvero per questo periodo sabbatico o no.

    Esatto! È proprio così che dev’essere.

    Parliamo dell’episodio tre, che ha debuttato venerdì scorso. È una puntata molto importante per il dottor Robby, soprattutto per il discorso sulla sua fede. So che l’hai scritta tu, e che sei anche produttore della serie e regista di alcuni episodi. In che modo produrre, scrivere e dirigere ti dà qualcosa in più rispetto al solo recitare in una storia?

    Negli ultimi anni della mia carriera ho iniziato a sentirmi insoddisfatto all’idea di essere solo un attore in un progetto. Mi piace avere una voce creativa più ampia ed essere parte del racconto fin dalle fasi iniziali della produzione. Far parte della writers’ room, dirigere e produrre mi dà la possibilità di sentirmi davvero coinvolto in tutti gli aspetti del progetto. E questo tipo di impegno mi piace, dà più significato al lavoro, se posso esplorarlo da tutte queste angolazioni. E impedisce anche che diventi noioso. E poi amo la disciplina della regia: è l’unico momento in cui puoi lavorare con tutti i reparti e vedere quanto siano talentuosi. Tu dai una direzione e poi guardi tutti gli altri darle vita. Scrivere non è un esercizio collettivo: è molto solitario. E mi piace la paura e la concentrazione che derivano dal dover creare qualcosa dal nulla. Recitare, invece, è pura interpretazione. È il metodo più istintivo che porto nel mio lavoro. Ed è anche il più collaborativo e conviviale. Quindi mi piacciono tutte e tre le cose. Non ne privilegio davvero nessuna.

    Man with hair tied back, wearing a blue shirt and olive shorts, sitting barefoot on a wooden stool under a shaded canopy at a rustic deck table, writing or reading while overlooking green trees and a blue sea with distant islands.
    Snow-covered jagged mountain peaks with a prominent central rock spire, dark forested foothills below, and a soft pink-purple twilight sky above.
  • Cos’è il Social Media Copywriting è perché è fondamentale usarlo?

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    Che cos’è il Social Media Copywriting?

    Secondo l’articolo di Ninja Marketing Social Media Copywriting, ovvero come scrivere per i social a cura di Flavia Alvi e pubblicato il 21 luglio 2022, scrivere per i social significa adattare tono, ritmo e linguaggio al contesto in ci l’utente si muove, privilegiando messaggi brevi, diretti e coerenti con la piattaforma. Questo perché ogni social ha dinamiche diverse: su Instagram serve un gancio immediato, su LinkedIn funziona una struttura più narrativa, su TikTok vincono messaggi semplici e colloquiali.

    La ragione per cui è fondamentale usare queste tecniche è semplice: i social sono ormai saturi. L’attenzione media di un utente su un singolo contenuto è ormai molto bassa. Questo significa che il modo in cui apri un contenuto, le parole che scegli, il tono che usi e la struttura del tuo messaggio determinano se una persona si fermerà o continuerà a scorrere.

    Ma non basta attirare l’attenzione: serve anche guidare le persone a fare qualcosa (salvare un post, commentare, condividere, cliccare, acquistare). Ed è qui che il copywriting diventa un booster strategico.

    In sintesi: il social media copywriting non è un “accessorio” del contenuto ma è ciò che gli permette di circolare e di muoversi. Scrivere un buon copy potrebbe aumentare la riuscita di tutto il contenuto, a partire dal gancio fino ad arrivare alla CTA

    Insomma, se vuoi farti capire e ricordare, devi saper scrivere bene per i social.

    l primo passo è capire davvero per chi stai scrivendo.
    Questo significa analizzare diversi aspetti del tuo pubblico:

    • età, interessi e stile comunicativo
    • problemi, desideri e motivazioni che guidano i loro comportamenti
    • il tono di voce con cui si relazionano ai contenuti

    Nel nostro articolo dedicato al Target social: come individuare il tuo pubblico (GUIDA PRATICA) spieghiamo quanto sia fondamentale conoscere non solo i dati demografici, ma anche quelli comportamentali ed emozionali del pubblico. È questo livello di profondità che ti permette di scrivere contenuti che rispondono davvero a ciò che le persone cercano.

    Senza una conoscenza precisa del proprio pubblico, il copy rischia di diventare generico e debole. Conoscerlo bene, invece, ti permette di scegliere le parole, il tono e la struttura più efficace per far arrivare il messaggio nel modo giusto.

    Adattare il copy alla piattaforma è importante perché ogni social ha linguaggi, ritmi e aspettative diverse: ciò che funziona su uno può risultare inefficace o fuori contesto su un altro.

    Ogni piattaforma ha un linguaggio e un ritmo diverso e adattare il copy significa rispettare queste differenze. Su Instagram serve immediatezza: una frase d’apertura che catturi lo sguardo mentre l’utente scorre velocemente il feed.

    Per TikTok il tono può essere più spontaneo e colloquiale: il copy che accompagna il video deve sembrare naturale, quasi improvvisato.

    Su LinkedIn, invece, per i contenuti più autorevoli, funziona un copy più strutturato e argomentato, capace di offrire valore esplicito o insight professionali. Tieni sempre a mente che puoi comunque usare il TOV che stabilisci in fase di strategia coerentemente con ciò che vuoi comunicare. A proposito di strategia, trovi qui un articolo del nostro blog a tema Social Media Strategy: cos’è e come crearla (+ esempi).

    Adattare il messaggio al contesto rende il contenuto più credibile, più leggibile e soprattutto più efficace per il pubblico che si trova su quella piattaforma.

    Ora basta spoiler, proseguiamo 🚀

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    Back view of a barefoot man with his hair in a bun sitting on a small wooden stool at a rustic outdoor table under a yellow fabric canopy, writing in a notebook and overlooking lush greenery and a calm blue sea with distant islands from a sunlit wooden deck.